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Psicologia

Confirmation Bias: questo fenomeno e conosciuto come pregiudizio di conferma,

Il Confirmation Bias, secondo la definizione dello psicologo Raymond Nickerson, è:

“La ricerca o l’interpretazione di prove in modo che siano favorevoli a esistenti credenze, aspettative o ipotesi”.

Si tratta di uno dei pregiudizi più studiati dalla psicologia cognitiva perché non risparmia nessuno: sebbene vi siano differenze individuali, sembra che nessuno ne sia esente indipendentemente da fattori quali intelligenza o apertura mentale. Tutti noi tendiamo a cercare prove ed evidenze a sostegno delle nostre convinzioni e a rigettare quelle contrarie ad esse.

Si tratta di una forma di autoinganno per il quale sono state proposte diverse cause, tra le quali la difesa dell’identità personale: difendiamo le idee, i principi e i modi di vedere che sono alla base della nostra identità, anche perché le nostre idee sono probabilmente quelle del gruppo sociale nel quale ci siamo formati che, se rigettate, danneggerebbero il nostro senso di appartenenza.

Nell’ambiente sociale il confirmation bias ostacola la valutazione pubblica di opinioni e argomenti, favorendo la propaganda politica, la scarsa credibilità dei mass media, il disprezzo per l’opinione degli esperti, la polarizzazione e manipolazione delle opinioni, il conformismo sociale.

Secondo Nickerson, le persone restringono la loro attenzione solo alle osservazioni favorevoli alle loro convinzioni e rifiutano di prendere in considerazione osservazioni alternative. In particolare, le persone vanno alla ricerca di informazioni che siano coerenti con una sola ipotesi (la loro) ma non diagnostiche rispetto ad essa. Un’osservazione viene definita diagnostica quando è coerente con quell’ipotesi ma non lo è con le ipotesi concorrenti.

Ciò vuol dire che se una persona limita la sua attenzione alla verifica della coerenza di un’informazione con una sola ipotesi (la sua ipotesi) non ha la possibilità di capire se essa è diagnostica.

A proporre un esperimento che dimostrasse l’esistenza del Confirmation Bias, fu Peter Wason che lo sottopose a 128 studenti universitari.

Ai soggetti venivano mostrate quattro carte da gioco che presentavano su una faccia una lettera e sull’altra un numero. Le carte – disposte in modo da mostrare solo una delle due facce possibili – erano collocate in quest’ordine: A, K, 2, 7.

A quel punto Wason comunicava ai soggetti l’unica regola aurea del gioco: “se una carta mostra una vocale su di un lato, allora avrà un numero pari sull’altro lato”.

Il compito degli studenti era quindi quello di verificare che la regola fosse sempre rispettata. In che modo? Voltando solamente le carte strettamente necessarie a tale scopo.

La maggior parte degli studenti rispose che ad essere girata doveva essere la carta raffigurante la lettera “A”. La risposta infatti è corretta: se sollevando la prima carta verifichiamo che la

faccia nascosta ha impresso un numero pari, allora possiamo tranquillamente affermare che la regola sia stata rispettata.

Tuttavia questa risposta è incompleta. Per essere realmente sicuri che “se una carta mostra una vocale su di un lato, allora avrà un numero pari sull’altro lato” è infatti necessario anche girare la carta con il numero “7”: solo se sul retro di tale carta troveremo una consonante potremo essere pienamente convinti della veridicità della regola, cosa che non accadrebbe se, al contrario, dovessimo trovarci davanti una vocale.

A dare la risposta giusta fu solo il 5% degli studenti testati: questo accade perché, se da un lato, la maggior parte di noi tende a ricercare la conferma di un’ipotesi (girando la carta A), raramente il nostro ragionamento attua il meccanismo contrario, basato sullo scartare le possibili falsificazioni (girando la carta 7). Il tutto a riprova del fatto che, per natura, tendiamo a dare maggior importanza alle sole informazioni a sostegno della nostra tesi, piuttosto che a quelle che potrebbero smentirla.

 

di Claudio 3^M

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